Bambini abusati: psicologi esperti per riparare trauma da abuso sessuale, o rischio devianza, tossicodipendenza, prostituzione

Biancardi: "Mai arrendersi davanti a un bambino"

In questi mesi sta girando l'Italia per presentare “La cicogna miope”: un successo per certi versi inaspettato, capace di portare il tema della violenza in famiglia e dei modi per riparare il trauma subito fuori anche fuori del pubblico degli addetti ai lavori. Maria Teresa Pedrocco Biancardi, psicologa psicoterapeuta oggi attiva a Bologna, è stata fondatrice a Venezia dei tre Consultori diocesani e del Ctb-Centro per la tutela del bambino e la promozione del benessere familiare; da anni impegnata nella formazione degli operatori della tutela, è autrice di numerosi studi sulle interazioni familiari.

Cosa insegna questo libro?

Insegna che in ogni persona, anche piccola, c'è un'umanità che reagisce anche agli eventi più tragici e può essere aiutata a crescere. Non ci si può arrendere mai davanti a un bambino, anche se devastato da certe esperienze. Tuttavia le condizioni per aiutarlo sono rigorosissime.

Quali sono?

Una terapia formalizzata, di tipo psicologico, competente: non può farlo uno psicologo qualunque, ma deve essere un esperto dei problemi dell'infanzia e non solo sul piano teorico. Deve anche avere la capacità di entrare in modo empatico nel vissuto del bambino. Da questo punto di vista è geniale l'idea avuta dalla psicologa che aveva in cura Chiara, di istituire una “scatola dei rifiuti tossici”, dove la ragazza avrebbe dovuto inserire i bigliettini con scritte le parole o le situazioni che la turbavano. Un'altra condizione è una famiglia capace di entrare nel dolore del bambino e di non cogliere i comportamenti disturbati come un semplice capriccio, una cattiveria, l'espressione di un'aggressività, ma come segnale di dolore, di un dolore terribile; e di rispondere quindi con un'accettazione senza riserve. Una terza condizione è la presenza di qualcuno che sostenga la famiglia in questo difficile percorso.

Insegna anche qualcosa in negativo?

Sì: qui c'è una bambina che non è stata ascoltata e ha dovuto far passare tanti anni senza essere presa sul serio, al punto da passare per deficiente. Che il quoziente intellettivo sia passato da 42 a oltre 80 dice invece che le potenzialità c'erano e non sono state comprese. E poi ci sono i danni fatti, in una fase del percorso, dalla scuola, che non ha offerto il sostegno necessario.

Una famiglia che “ripara”: che cosa significa?

Ripara le ferite del trauma. Il comportamento di Chiara è il comportamento di tutti i traumatizzati: e nella maggioranza dei casi - come si legge in “Vite in bilico”, la più ricca ricerca fatta in Italia sulle conseguenze post traumatiche dei maltrattamenti e degli abusi sessuali - l'esito può essere la prostituzione, la tossicodipendenza, la devianza. Tra le caratteristiche di una famiglia che ripara c'è una grande coesione di coppia (fatta di complicità, del saper prendere decisioni comuni, di saper superare le crisi aiutandosi a vicenda). E' un gioco di squadra, in cui anche la nonna ha avuto il suo ruolo. E poi c'è un contesto più ampio, in cui anche l'apporto del parroco non è stato da poco. La sua squisita sensibilità, la capacità di capire e accogliere Chiara così com'era, ha offerto alla coppia Sperase un grosso aiuto nel percorso di riparazione dal trauma. E' un sistema a centri concentrici: e ogni cerchio deve fare la sua parte. Chiara non sapeva leggere l'orologio quando è arrivata nella prima comunità che l'ha accolta: ha imparato lì. Ma il senso del tempo l'ha imparato in famiglia. Ci vuole un tempo di terapia intensiva e totale, ma poi è la famiglia che completa il percorso.

Quanti sono i casi che, come questo, vanno a buon fine?

Tutti i casi che ho visto io di bambini maltrattati, eccetto due: un ragazzo di 17 anni, preso troppo tardi, che poi non ha finito gli studi, ha avuto lavori provvisori e precari, ha avuto un figlio troppo presto e si è lasciato andare a piccoli gesti delinquenziali; e una ragazzina, schiacciata dalle scaramucce tra due tribunali, che hanno impedito che andasse in affidamento. Per il resto le storie tragiche che sono recuperate sono continue. La caratteristica di questo caso è che la madre affidataria ha scritto un diario; e che poi la famiglia è stata seguita attraverso uno scambio di e-mail. Si vede il di più che la famiglia, quando è seguita, può dare rispetto alla comunità, anche la più professionalizzata.

Quale l'atteggiamento migliore in una famiglia che si rende disponibile a divenire affidataria o adottiva?

Non aspettarsi niente, non pretendere niente. Una delle frasi di Lucia Sperase che riferisco spesso alle famiglie affidatarie che curo è: “la scuola è l'ultimo dei miei pensieri”. A Bologna, tra le altre cose, seguo una trentina di coppie affidatarie e il dramma che noto è il bisogno di resa, specie a scuola, giustificato anche da pensieri molto nobili: “Non hanno famiglia, almeno che abbiano un titolo di studio”, dicono spesso gli affidatari, consapevoli di non poter assicurare per sempre quella protezione di cui i giovani di oggi necessitano ben oltre il diciottesimo anno di età, momento in cui è prevista la conclusione dell’affido (al massimo, in casi particolari, protratto fino al ventunesimo anno). Non capiscono invece che in un cervello pieno dei traumi subiti, dei sensi di colpa, del non sapere che fine faranno, se si vuole loro bene, se saranno amati da qualcuno... non c'è posto per le tabelline o l'inglese.

Qual è attualmente la sensibilità nel saper rilevare situazioni di possibili maltrattamenti e abusi, tra chi è a contatto, professionalmente o meno, con bambini e ragazzi?

Prevale il pensiero “adultocentrico”. “Occhio non vede, cuore non duole”, dice Claudio Foti. Se non vedi, non ti prendi responsabilità, non soffri. Soprattutto, la fatica grossa dell'adulto è pensare e credere che possano succedere queste cose. Ma è presente anche la componente ideologica: c'è tutta una sfilza di operatori, di adulti, di avvocati, di tribunali che, per loro storie personali, per bisogno di chiarezze, tra bianco e nero scelgono sempre il bianco. Ci sono persino libri che mettono sempre in dubbio, linee guida, ricerche impegnate a dimostrare che il bambino non può ricordare, ricorda male, è suggestionato... c'è tutta una corrente di pensiero che giunge addirittura ad affermare che quando c'è una segnalazione di questo genere bisogna sospendere le cure perché lo psicologo può suggestionare il minore, fargli immaginare falsi ricordi... Fortunatamente contro queste affermazioni, che tra l’altro smentiscono il diritto alle cure assicurato a ogni cittadino italiano senza distinzioni dalla nostra Costituzione, nel marzo di quest’anno si è pronunciato il Consiglio direttivo dell’Associazione italiana dei Magistrati per i Minori e la Famiglia, affermando, in un comunicato stampa, che «gli interventi di cura, psicologici ed educativi, non possono essere né rinviati né subordinati, in relazione ai tempi del processo penale, ad esigenze di segretezza e alle garanzie dell’indagato o imputato già previste dalla legge; neghiamo che curare un bambino che sta male possa ledere diritti altrui».

Voi invece avete anche tenuto dei corsi per sensibilizzare insegnanti e operatori che lavorano a contatto con i minori, in modo da riconoscere i campanelli d'allarme che possono far sospettare un caso di abuso o di maltrattamento. Con quali risultati? E qual è il voto che darebbe alla sensibilità degli operatori in questo campo?

A Brescia abbiamo tenuto questi corsi per tre anni: ed è venuto fuori un caso di bambino abusato. Agli insegnanti, pur tra qualche punta d'eccellenza, darei 4. C'è tra di loro molta prevenzione: se segnali un caso di maltrattamento poi gli portano via il bambino. Gli assistenti sociali sono quelli che “portano via il bambino” (figurarsi: con quello che costano poi alle amministrazioni...!). Magari ne portassero via qualcuno in più: ne morirebbe qualcuno in meno. Quanti mariti ammazzano moglie e figli per vendetta, in separazioni gravemente conflittuali, quante mamme depresse si tolgono la vita insieme ai piccoli figli, in situazioni la cui pericolosità non avrebbe dovuto sfuggire a parenti e amici; i fatti di cronaca di cui si sente parlare non nascono mica dal nulla. Anche se, nelle interviste, i vicini di casa dicono: erano persone così brave... Non si vuole vedere. Quando ci sono queste estreme conflittualità durante la separazione, e magari il marito va avanti per mesi a suonare i campanelli di notte, a mandare lettere anonime e i bambini nonostante tutto restano lì... il rischio è grosso.

 CVonline.it 22 dicembre 2008