Pino La Monica, pedofilia: Lettera della famiglia di una bambina coinvolta alla Gazzetta di Reggio

 

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«Ci vuole tanto coraggio»

di Roberta Lerici

La lettera si intitola "Ci vuole tanto coraggio", ed è vero.Chiunque abbia il coraggio di denunciare un abuso subito dal proprio figlio o figlia di coraggio deve averne tanto. Ovunque si viva, sia in una piccola che in una grande città, gli altri ti guarderanno in un modo diverso, qualcuno condannerà la tua scelta, altri penseranno, "Ma chi glielo ha fatto fare?". Molto più comodo restare in silenzio, e vivere di nascosto quella che per alcuni è ancora considerata una "vergogna". Ricordo un padre che continuava a mandare sua figlia a scuola nonostante ci fosse un'insegnante sotto inchiesta per pedofilia, perchè diceva,"Se no, tutti credono che sia stata violentata".

Era incurante del fatto che la bambina in quella scuola non volesse più andarci, incurante dei suoi disturbi, dei suoi problemi. Qualcuno opta per l'allontanamento dal luogo dell'abuso.Non denuncia, ma fa curare il proprio figlio privatamente, lontano, al riparo da chiacchiere indiscrete. Altri, invece, forse per ignoranza, rimuovono del tutto il problema e si ripetono:"A mio figlio non è successo niente, anche se si comporta in modo strano, sta male, ha gli incubi... Ma prima o poi gli passerà".

Poi ci sono i coraggiosi, ovvero una minoranza di genitori che decide di esporsi denunciando l'abuso, per evitare che accada ad altri bambini ciò che è accaduto ai loro, e rendere giustizia ai propri figli.Loro dovranno affrontare un vero e proprio calvario.Verranno vivisezionati da consulenti, periti, psicologi, avvocati.La loro vita  più intima verrà esplorata fin nei minimi dettagli.Verranno accusati di essere dei visionari, di mirare ai risarcimenti, di aver convinto i propri figli a raccontare il falso, e così via fino alla sentenza.Sono le tattiche difensive adottate nella maggioranza dei processi per abuso sessuale sui minori: screditare le vittime, per difendere gli imputati. Lo stesso iter dovranno affrontarlo i loro bambini, raccontando, ricordando, soffrendo nel rivivere cose che vorrebbero dimenticare. A loro, a quei bambini, ho pensato quando dovevo trovare un nome per questo blog. "Bambini coraggiosi", mi è venuto in mente pensando a loro e, naturalmente, ai loro genitori.

Agli altri, a chi non ha avuto il coraggio di affrontare tutto questo, consiglio  di far visitare i bambini che mostrano disturbi evidenti come regressione, manie di autodistruzione, incubi notturni, fobie, sessualità precoce, insomma evidenti cambiamenti dell'umore e della personalità.Tentare continuamente il suicidio a 5 anni, non è normale e bisogna capire perchè un bambino lo fa. Sperando di essere stata abbastanza chiara, mando un augurio speciale alle bambine coinvolte nel caso del maestro di teatro Pino La Monica e alle loro famiglie, perchè il 2010 sia la fine del vostro calvario e l'inizio di una nuova vita.

Ecco la lettera: 

la Gazzetta di Reggio — 02 gennaio 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

"Ci Vuole Coraggio" 

Riceviamo e pubblichiamo: Ormai sulla vicenda La Monica si è raccontato di tutto. Sta per cominciare un nuovo anno e siamo già al terzo. Ci sono momenti che sembra ieri, altri che sembra successo fin troppo tempo fa, ed il tempo non passa mai, quasi fosse un processo senza fine. Ci vuole coraggio anche a portare pazienza. Ci sono storie in cui non tutti hanno lo stesso coraggio. C’è chi ha portato i propri figli ad applaudirlo, proprio davanti al tribunale, c’è chi li ha portati in fiaccolata ecc ecc. Tutte cose mediatiche, giusto perchè la città intera vedesse, giusto perchè anche quelle nove bambine sapessero e subissero in tutti i modi la vostra incredulità. Noi siamo genitori diversi. Il nostro coraggio è stato diverso. Noi non siamo stati fortunati come voi, perchè nostra figlia, un giorno qualunque ormai lontano, ci ha detto di aver subito pesanti «abusi» sessuali. Allora ci vuole coraggio a riprendersi e a resettare il cervello dopo una mazzata simile, ci vuole coraggio a partire, perchè si è soli, sempre. Ci vuole coraggio a chiedere giustizia, non solo per te, tu il danno lo hai già subito, ma la giustizia va chiesta per fermarlo, perchè non succeda più ad altre bambine e perchè, se non si ha neanche la certezza della pena, si continua a perseverare. Perchè noi possiamo dormire sonni tranquilli, diversamente da chi sapeva ma taceva, diversamente da chi sa e tace.

C’è voluto tanto coraggio a portare una bambina agli incidenti probatori davanti solo al perito nominato dal tribunale e al giudice (mai visti prima) e lasciarla lì, sola, a parlare di quanto più terribile, intimo e vergognoso le sia successo, della variante che avevano preso quei giochi. Non di quanto fossero sempre belli e giocosi i suoi corsi. Quanto coraggio hanno avuto quelle bambine. Anche loro hanno pianto, in quelle condizioni, a raccontare quei fatti, piangerebbe anche una donna adulta. Ma un incidente probatorio deve essere fatto così, queste piccole testimoni dovevano essere sole, seppur in ambiente protetto, non potevano avere i genitori perchè non dovevano essere influenzate da nessuno. Eppure, dopo mesi e mesi, c’è ancora chi vorrebbe fossero rifatti, perchè alle altre queste cose non sono successe, e se non sono successe anche alle altre 4.990 queste bambine non sono ritenute credibili.

Eh già, ci vuole coraggio, ma il nostro coraggio è diverso. Noi, con un’accusa del genere non avremmo mai portato nostra figlia ad applaudirlo in pubblico o ad una fiaccolata, tra l’altro l’accusato non è un bambino. No, non ne avremmo avuto il coraggio, magari ci andavamo noi se eravamo così convinti che è impossibile, ma non ci portavamo la nostra bambina, ma poi che cosa è impossibile? Noi non avremmo mai portato una ragazzina in tribunale a dire quanto è bravo buono e bello, magari ci andavamo noi, ma non avremmo mai mescolato una figlia (tra l’altro ormai 14enne) in un processo del genere, se non ne fosse stata vittima. Solo se ce lo imponeva il giudice (non certo l’avvocato della difesa) l’avremmo dovuta a malavoglia portare, ma ce la portavamo noi, con le nostre gambe. Qualcun altro lo ha già detto in un contesto nettamente diverso, che qui si ribalta... «Non è così che si tutelano le bambine». Lasciateci queste ultime righe solo per le famiglie di quelle bambine davvero coinvolte, madri e padri il cui volto si è intravisto in quell’aula del tribunale. Sguardi con gli occhi di chi non ha bisogno di parlarsi, perchè il loro comune dramma li fa conoscere negli aspetti più intimi e dolorosi, senza bisogno di sapere altro della loro vita.

Questo nostro Natale è stato migliore di quello dello scorso anno e l’anno nuovo speriamo porrà la parola fine a questa storia. Allora sì che noi saremo in grado di chiudere questo libro nero, per aprirne un altro pieno di belle e colorate storie. A voi, solo a voi e alle vostre bambine, mandiamo il più dolce dei nostri sorrisi. Altro non ci serve, noi abbiamo coraggio da vendere! - Una famiglia coinvolta