I BAMBINI DI RIGNANO:«Sembrano tornati alla normalità, poi all’improvviso pianti e incubi»

 

MARIDA LOMBARDO PIJOLA

TIVOLI (Roma)- Ti affacci a ogni singola giornata sondando le incognite del tempo negli occhi di tuo figlio, piuttosto che nel cielo di Rignano Flaminio. Monitorizzi il suo sguardo, per capire se sarà una buona giornata oppure no, sarà una di quelle flagellate da intemperie, che vanno scavalcate in fretta, assieme agli incubi, alle insonnie, alle fobie, alle regressioni, ai pianti immotivati, alle paure irragionevoli, ai flashback di memoria, agli smarrimenti improvvisi, ai disegni inquietanti.

Guardando tuo figlio, ogni mattina ti chiedi se lo aspettano ore alleviate dalla smemoratezza o sfregiate dai ricordi, se il suo volto contiene una minaccia o una promessa. «Ogni buona giornata è un regalo, e non c’è un singolo giorno in cui non pensiamo a quello che è accaduto, e non ci chiediamo come starà Giuseppe, che umore avrà, se avrà qualche crisi, se riuscirà a vivere da bimbo normale, oppure no. A volte è sereno, a volte no. Come tutti gli altri». Nessuno ha dimenticato, tra i bimbi della scuola ”Olga Rovere”. Niente è passato. Comunque sia andata, «niente passerà». Luisa e Giacomo (nomi di fantasia, come Giuseppe e tutti gli altri che useremo), raccontano le cose del loro bambino con un dolore denso e sobrio, davanti all’aula in cui si celebra l’udienza preliminare contro le maestre, la bidella, il regista.

La rabbia, tra i genitori di Rignano, si è trasformata in una specie di tristezza lancinante, in una pazienza cupa ma ferrigna, carica di attesa, di determinazione alla fiducia nei giudici e negli psicologi che hanno in cura i bimbi, in mano ai quali è finita la loro aspettativa di futuro. Eccoli qui, Luisa, Giacomo, gli altri genitori, un gruppo di famiglie vulnerate in ciò che ha di più caro ogni famiglia, l’ordine naturale delle abitudini, delle certezze, la serenità e il futuro di tuo figlio, l’assieme delle cose importanti e dei dettagli, il sonno il sorriso l’appetito il gioco, tutto quanto. Composti, tranquilli, parlano con timbro di voce sorvegliato, come in chiesa, non fanno commenti, aspettano, soltanto questo. I bimbi non ci sono, ovvio. Sono a Calcata, come tutti i giorni. Cercano di restaurare l’infanzia e la normalità nella loro nuova scuola. Seconda elementare, più o meno sette anni. All’epoca tre.

Come stanno? «Alcuni meglio, alcuni peggio», racconta Arianna Di Biagio, presidente dell’Agerif (Associazione Genitori di Rignano Flaminio). «Quasi tutti sono ancora in cura. I ricordi non sono stati metabolizzati, e non lo saranno mai del tutto. A volte sembra che la loro vita sia ritornata alla normalità, poi, quando meno te lo aspetti, all’improvviso...». Gli occhi si allagano, ancora lacrime, sembrano non finire, non bastare mai. Giuseppe, per esempio.

Gli incubi riescono a scavalcare la distanza che mamma e papà hanno voluto mettere tra lui e Rignano, lo inseguono fino in Germania, dove si è trasferita la famiglia. «Speravamo che dimenticasse, si è inserito bene nella nuova vita, ma poi, all’improvviso, di notte, viene preso da attacchi di panico, comincia a gridare disperatamente, a piangere, ma non sa spiegarne le ragioni. La psicologa che lo ha in cura sostiene che si tratta del ritorno inconsapevole delle memorie che ha rimosso». Rita è rimasta a Rignano, invece, «temevo che portarla lontano avrebbe potuto accentuare il trauma e il suo disagio», racconta la sua mamma. Poi capita che in mezzo alla strada o in un negozio Rita riconosca qualcuno della scuola, «e allora si irrigidisce, si spaventa, si stringe a me, cerca di nascondersi». E poi Carlotta che certe sere rifiuta di farsi lavare, «non vuole essere toccata», racconta sua madre, come se qualcosa di profondo avesse manipolato il suo pudore, interferito nel suo rapporto col suo corpo. Marco ogni tanto viene assalito dalla violenza di un ricordo che non riesce a governare, e allora piange, e torna a parlare della casa, delle maestre, dei signori cattivi, di quei ”brutti giochi”.

Nicola, a sette anni, è sotto scacco da parte di certe insicurezze, che capovolge in certi strani effetti secondari: non vuole accudimento da parte nessuno, si comporta come un piccolo adulto che ha conquistato la sua indipendenza. «La psicologa- dice suo padre- ci ha spiegato che vuole essere autosufficiente perché non si fida più degli adulti, neppure di sua madre e di suo padre, che non hanno saputo proteggerlo da quello che ha subito». Un colossale, diabolico equivoco? Un’allucinazione collettiva, come sostiene la difesa? «Tre perizie coerenti, alcuni capi d’accusa agghiaccianti e dettagliati, un incidente probatorio, e finalmente, adesso, siamo in un’aula di tribunale». Arianna Di Biagio non ha dubbi, arriverà il momento della verità.

E verrà un giorno in cui Rignano tornerà a essere di tutti, non solo di alcuni, come ora. «Ci accusano persino di aver fatto scendere i prezzi delle case. Ci hanno insultati, quando siamo arrivati alla festa per la fine dell’estate rignanese, organizzata proprio, e non per caso, davanti al bar di famiglia di una delle maestre sotto accusa». Chissà se verrà davvero, il giorno in cui tutto questo finirà. Qualunque sia l’epilogo, sarà difficile, per venti piccolissime persone, dimenticare. La memoria non è mai così generosa, coi bambini.

IL MESSAGGERO 31 OTTOBRE 2009